Storie e panorami

Al ritorno dalle vacanze, uscita dall’autostrada sento sempre un suono.
La nota stonata dell’abitare a Milano.
Ogni anno è sempre più acuta.
Il concerto del campanilismo degli altri, suona invece intonato, perfetto, rassicurante, tanto da spingermi a guardare fuori dalla finestrino e a fare considerazioni.

La prima: suonatela come volete, ma su di me non funziona.
E’ abbastanza evidente che io viva nella contraddizione tutta lombarda di vivere a Milano sognando costantemente il mare. E’ uno strabismo importante e costante, determinato da innumerevoli fattori, che però ha contribuito a rendermi particolarmente neutra nei confronti della mia città e molto curiosa di comprendere invece le ragioni di chi è fiero di esser nato e vissuto in un dato posto. Nel 2011 insieme a Basilio Santoro ho scritto un programma radiofonico per LifeGate che raccontava libri che avevano come protagonista una città italiana.
“Destinazione d’autore” mi aveva divertito per la corsa alla lettura che ogni settimana dovevo affrontare e per la quantità di emozioni che al termine della lettura dovevo riassumere in una puntata radiofonica di soli 8 minuti. Il programma andava benissimo e gli ascoltatori rispondevano con grande entusiasmo. Poi lo sponsor ha terminato il budget. Ma è un’altra storia.
Seconda considerazione: perché esistono persone fiere di essere nate in quel posto? A cosa accedono per riuscire ad amare così tanto la propria città fino a sentirsi colmi di fierezza? Che cos’hanno loro che io non ho? Beh, non hanno la pianura padana e già questo potrebbe chiudere il discorso. Ma temo ci sia dell’altro. I luoghi, i panorami, persino l’asfalto e i marciapiedi, per non parlare delle case, delle chiese, delle statue, delle vie, dei viali, dei vicoli, delle colline, delle montagne, dei vulcani, dei suoni, delle voci, degli odori, tutto quello che crea una città, crea anche le nostre storie.
Intendo storie personali, intime, che diventano parte di noi incollandosi al chi siamo davvero a qualcosa che ci distingue dal resto del mondo. Intendo per esempio quel fare a piedi quel tratto che ha un marciapiede rotto da vent’anni, quel passare tutti i giorni con l’autobus da quella piazza vedendo sempre il culo di una statua e mai il viso. I luoghi ci cambiano e non sono intercambiabili. Una storia di Venezia può capitare identica a Napoli?
No. La risposta è sempre negativa, perché le storie non sono matematica. Se cambi l’ordine dei fattori cambi tutto. Il tratto distintivo che ci accomuna tutti è l’essere diventati chi siamo perché dobbiamo qualcosa di profondamente intimo e unico all’ambiente in cui siamo diventati. Chi ama una città ama anche le storie che ha avuto in quella città, quelle che l’hanno fatto diventare chi è. Poco importa che siano storie d’amore o storie di dolore. L’ambiente ci cambia.
Questo spiega a me il perché Milano non sarà mai il mio grande amore e lo è invece un posto lontano in cui sono diventata davvero chi sono e racconta intanto che ci sono tantissime persone felici di abitare dove abitano. Per la nota stonata ci sto lavorando. Ovviamente da Milano ascoltando a mo’ di consolazione Alberto Patrucco che reinterpreta “La ballade des gens qui sont nes quelque part” di George Brassens. Qui

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