L'Amata

L’amata. Capitolo 4.

Ho una percezione orizzontale ma profonda di ciò che mi accade. Vedo chi mi passa sopra, sento il calore dei passi a piedi nudi e il fastidio delle suole di cuoio. Sento e vedo i corpi che si sdraiano su di me, leggo (ho imparato col tempo ovviamente) ciò che sta nei giornali e nei libri. Sono fortunato, in questa casa hanno l’abitudine di appoggiare per terra qualunque cosa. Libri, giornali, fogli, bollette, coperte, tazze, piatti (oh sì, sono un ottimo sostituto del prato per i picnic invernali), computer, quaderni, penne, telefoni, scarpe, scatole. Tutto. Non solo: col tempo ho imparato a vedere aldilà delle mie doghe, dote fondamentale per avere un’apertura mentale qualificabile e per farmi un’idea del mondo anche se ne vedo una porzione piccolissima.
Potere del legno acquisito e affinato nei secoli. In questo momento per esempio la mia amata è sdraiata su di me, tiene in mano una matita e finge di scrivere una lettera su un grande foglio bianco. Ogni tanto si guarda intorno e poi si rimette a scrivere seria. La madre si avvicina, le chiede cosa stia facendo e la mia amata risponde “lettela a babbo natale mamma!”.  La madre sorride e le augura buon lavoro mentre esce dal salotto. Sono belle tutte e due e i loro occhi si parlano senza dire nulla.
Ci penso un po’ e mi chiedo: esisterà un babbo natale anche per me che sono parquet? Mai sentita una storia simile a pensarci bene, ma chissene importa?  
La mia amata mi ha dato un’idea, anch’io vorrei scrivere una lettera. Una lettera al mio futuro.
Suonerebbe circa così.

“Vorrei dirti una cosa futuro: non vedo l’ora di incontrarti.
So che stai prendendo accordi con il mio presente e la negoziazione è questione lunga e delicata. Ma sarebbe davvero bello se mi venissi a trovare presto.
Intanto, per giocare col tempo ti anticipo alcuni accorgimenti.
Per esempio la questione del farmi stare qui. Sì, vorrei proprio restare qui dove sono, nessuna trasformazione. Per un po’ basta. Lasciami nella mia casa, vicino alla mia amata. Desidero vederla crescere, sorridere dei suoi giochi, stupirmi dei ragionamenti, spaventarmi per le sue idee rivoluzionarie e le profonde ingenuità, vedere come si sistemerà i capelli tra un anno, due, cinque, dieci, quindici.
Sì futuro, vorrei proprio restare qui. Si può fare?
Eh lo so, hai ragione, ho sempre desiderato stare vicino al mare, ma solo perché ogni tanto la vita ti porta a voler evadere no? Erano momenti folli, lo giuro su ogni doga.  

Poi vorrei anche suggerirti di farmi diventare più saggio e tollerante. Non ti stupire sai? Anche un parquet ha i suoi momenti di stallo e di profondo smarrimento per la stupidità altrui (specie se deve convivere con mobili arroganti fino all’ultima cucitura).
E infine futuro, avrei una richiesta che potrà sembrarti sciocca: si riesce a far pronunciare il mio nome correttamente?  Palquet è davvero cacofonico e sinceramente non mi pare neppure corretto, è come se io ti chiamassi Futulo…

Per ora grazie per tutte le volte che sei stato sconvolgente e buffo, grazie per le trasformazioni che mi hanno fatto crescere e diventare chi sono.
Ma soprattutto grazie per avermi fatto innamorare di nuovo.

Tuo Parquet”.

Pubblicato sulla rivista I Love Parquet – ottobre 2018 – © Eleonora Mazzola

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